venerdì 18 maggio 2007

Blitz all'alba nella favela Baracche abbattute

Via Borgo Palazzo, eseguita l'ordinanza di sgombero I romeni: «Siamo europei, ma non contiamo per nessuno».

Le baracche abusive nascoste nell'ex vivaio di via Daste e Spalenga crollano sotto i colpi di ruspa. Resta in piedi, invece, il lavoro nero di chi viveva tra quelle case improvvisate. Ore sei e mezza di ieri: Ilie e Piotrec, romeni ventenni che all'alba del giorno prima hanno raccontato del loro lavoro per tre euro all'ora, si sono lasciati alle spalle l'ex vivaio, dove si erano svegliati da poco al riparo di un tetto in plastica: «C'è da andare in cantiere alla svelta altrimenti non mi vogliono più – spiega Ilie –. Mentre sarò al lavoro spazzeranno via la mia “casa”. Stasera non saprò dove dormire». Sotto un ponte? Le alternative non sono molte. Portare a casa tre euro all'ora per sfamarsi, però, è l'obiettivo principale dei due romeni, che stanno pensando alle mogli in patria. Loro se ne vanno con lo zaino in spalla, poco prima che inizi lo sgombero (alle 7) della favela nella boscaglia, secondo l'ordinanza di 24 ore prima del sindaco Roberto Bruni. Altri restano per preparare l'allontanamento dalla loro «casa».
Le forze dell'ordine agiscono velocemente. Tre carabinieri sono di supporto all'operazione, mentre attorno è protagonista il movimento dei romeni, in parte rom, e di una decina di agenti di polizia locale: sono intervenuti qui con una interprete, il supporto di un operaio su una ruspa e una serie di grosse buste in tela da consegnare a chi deve sgomberare la sua «casa». È bastato far capire agli occupanti dell'ex vivaio che questa volta non si tratta di un invito ad andarsene ma di un ordine e così, nelle parole e sui volti di chi in questa boscaglia aveva trovato la sua dimora, c'è amarezza, ma anche una sorta d'accettazione dello sgombero, come se fosse un film al quale si è abituati e al quale tutta la famiglia deve contribuire. C'è un bimbo che non raggiunge i 10 anni, ma ha già una faccia consumata da mille fatiche e si arrampica ovunque a ridosso dell'unica baracca costruita con il tetto spiovente, per smontare assi e staccare teli che potranno essere riutilizzati, forse nel prossimo villaggio abusivo. Due anziane chiedono aiuto all'interprete per capire come contattare i servizi sociali comunali, mentre la moglie del romeno impegnato a far fagotti di stracci, vestiti e coperte, sa anche ridere rassegnata e ha la forza di rivolgersi agli agenti con in mano un thermos: «Caffè?», dice, come se stesse partendo per un semplice viaggio.
Tutti ripetono «non avevamo casa in Romania e adesso neanche a Bergamo», mentre il sottofondo dei colpi di ruspa si fa sempre più insistente, rompe finte pareti e spiana sentieri per raggiungere ogni tugurio. L'ironia della sorte vuole che l'area da sgomberare sia di proprietà dell'Aler e che le uniche case in regola che qui qualcuno ha provato a costruire (la stessa Aler) siano rimaste bloccate alle fondamenta per problemi con l'impresa appaltatrice. Ora la proprietà vuole tornare in possesso del suo terreno e coprirà le spese dell'intervento ordinato dal sindaco. Motivazioni che agli ormai ex «residenti» non interessano. Tutti se ne vanno alla spicciolata: un rom spinge lungo via Castel Regina un passeggino sormontato da materassi e spiega: «In Romania un'alluvione si è portata via le nostre case. Lo Stato ci ha ripagato con 100 euro. Siamo venuti in Italia e abbiamo costruito le baracche, non potevamo fare altro». Un altro ragazzo, con pochi bagagli e una chitarra in spalla, urla: «Siamo anche noi nell'Unione europea, ma non siamo nessuno e non contiamo per nessuno». Mentre Dimitru, il muratore di 38 anni per il quale il lavoro dai caporali «è pur sempre un lavoro», fa dell'ironia amara: «Me ne torno in Romania, con la bicicletta, ma sarà dura».
La baraccopoli era divisa in due parti: da un lato solo rom, mentre nel profondo della boscaglia nei pressi di Borgo Palazzo almeno quattro famiglie rom vivevano insieme a una decina di ragazzi romeni, tra i quali Ilie e Piotrec. Nel giro di un mese si sono raggiunti picchi di circa 50 persone: ieri ne sono state sgomberate circa 30, tra le quali quattro minorenni. Un papà baffuto, che non vuole dire il suo nome, prima di andarsene si lava facendosi versare dalla figlioletta un po' d'acqua da una tanica. Poi chiede dove trovare lavoro, dicendo di aver già «cambiato anche quattro capi nel giro di un mese», sempre sui cantieri. Non riesce a ottenere risposte e se ne va, con lo sguardo perso. Sta perdendo la casa, ha documenti in regola e una famiglia che si porterà dietro con tutto il suo kit di sopravvivenza improvvisato. Eppure pensa ad un lavoro.
Vigili e carabinieri terminano lo sgombero alle 17: nel bosco ci sono ancora piccole discariche abusive e oggi si proseguirà con la pulizia. Alla stessa ora il papà baffuto era in Malpensata, impegnato a spostare in bicicletta un peso di bagagli d'ogni tipo. Lui, come altri, se n'era andato dall'ex Franchi di via Corti, e aveva raggiunto via Daste e Spalenga. Ieri era di nuovo sulla piazza, forse troverà un altro accampamento. Forse la sua miseria continuerà a far gola a qualche caporale.
Armando Di Landro

da Eco di BG del 18/05/07.